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Backup e continuità

Backup aziendale: la regola 3-2-1 e perché va provato il ripristino

Tre copie, due supporti, una fuori sede. Cosa aggiungere oggi contro il ransomware e perché un backup mai provato non vale molto.

In questo articolo 9 sezioni
  1. In breve
  2. Cosa dice la regola 3-2-1
  3. Perché oggi non basta più
  4. Microsoft 365 e Google Workspace non sono un backup
  5. Le due domande che decidono il piano
  6. Quanti dati posso permettermi di perdere?
  7. In quanto tempo devo ripartire?
  8. Il test di ripristino
  9. Da dove partire

In breve

  • La regola 3-2-1: tre copie dei dati, su due supporti diversi, una delle quali fuori sede.
  • Oggi si aggiunge una copia che un attacco non può modificare (immutabile o scollegata).
  • Un backup mai provato è solo una speranza: il ripristino va testato con regolarità.

Quasi tutte le aziende dicono di avere un backup. Molte meno sanno rispondere a due domande: dove si trovano le copie, e quanto tempo serve per tornare operativi se il server si guasta stamattina. La regola 3-2-1 nasce proprio per dare un ordine a queste risposte.

Cosa dice la regola 3-2-1

La formula è semplice. Dei dati importanti devono esistere almeno tre copie: quella su cui si lavora e due backup. Le copie vanno tenute su almeno due supporti diversi, per esempio un NAS in ufficio e un servizio cloud, così un guasto dello stesso tipo non le colpisce tutte. Una copia deve stare fuori dalla sede, perché incendi, furti e allagamenti non scelgono quale disco risparmiare.

Un esempio concreto per uno studio professionale: i file sul server, un backup notturno su NAS nella stanza accanto e un secondo backup cifrato verso un data center. Tre copie, due supporti, una lontana.

Perché oggi non basta più

La regola è nata quando il nemico principale era il guasto. Il ransomware ha cambiato le cose: chi entra nella rete cerca prima i backup e li cifra o li cancella, poi blocca il resto. Un NAS sempre collegato e raggiungibile con la stessa password di amministratore cade insieme al server.

Per questo si parla di 3-2-1-1-0:

  • il nuovo “1” è una copia immutabile o scollegata, che per un periodo stabilito nessuno può modificare o cancellare, nemmeno con credenziali di amministratore;
  • lo “0” sta per zero errori: ogni backup viene verificato e i ripristini vengono provati.

La copia immutabile oggi è alla portata anche delle piccole aziende, grazie ai servizi di backup cloud che offrono la conservazione bloccata per un numero di giorni.

Microsoft 365 e Google Workspace non sono un backup

Un equivoco molto diffuso: “la posta è su Microsoft, quindi è al sicuro”. Microsoft garantisce che il servizio funzioni e che i suoi data center non perdano i dati, ma non ti protegge da una cancellazione fatta da un utente, da un ransomware che sincronizza file cifrati su OneDrive o da un account chiuso per sbaglio. Il cestino conserva gli elementi per un periodo limitato, poi spariscono.

Se la tua azienda lavora su Microsoft 365, posta, OneDrive, SharePoint e Teams vanno inclusi nel piano di backup con uno strumento dedicato, esattamente come il server dell’ufficio.

Le due domande che decidono il piano

Prima di scegliere strumenti e supporti conviene rispondere a due domande, insieme a chi decide in azienda e non solo con il tecnico.

Quanti dati posso permettermi di perdere?

È il cosiddetto RPO. Se il backup gira ogni notte, nel caso peggiore perdi il lavoro di una giornata. Per una contabilità o un gestionale con molti movimenti può essere troppo, e servono copie più frequenti.

In quanto tempo devo ripartire?

È l’RTO. Ripristinare un server da un backup cloud può richiedere molte ore se i dati sono tanti e la connessione è lenta. Se l’azienda non può restare ferma più di mezza giornata, serve una copia locale veloce o un sistema che permetta di avviare il server direttamente dal backup.

Il test di ripristino

Il momento peggiore per scoprire che un backup non funziona è quando serve. Capita più spesso di quanto si pensi: un job fallito da settimane senza che nessuno legga gli avvisi, una password di cifratura che nessuno ricorda, una cartella esclusa per errore.

Da fare almeno ogni tre mesi: ripristinare davvero alcuni file e, almeno una volta l’anno, un intero server o una macchina virtuale in un ambiente di prova. Annotare quanto tempo è servito e cosa è andato storto.

Anche il controllo quotidiano conta. Gli avvisi di esito del backup devono arrivare a qualcuno che li legge, oppure essere seguiti da un servizio di monitoraggio che interviene quando un job fallisce.

Da dove partire

  1. Fai l’elenco di dove stanno i dati: server, PC, cloud, gestionali in hosting.
  2. Per ciascuno annota dove finisce il backup, ogni quanto e chi controlla l’esito.
  3. Verifica di avere una copia fuori sede e una che un attacco non può cancellare.
  4. Pianifica il primo test di ripristino e segna in calendario i successivi.

Se vuoi un parere esterno, possiamo verificare il tuo sistema di backup con una prova di ripristino reale. Trovi come lavoriamo nella pagina su backup e disaster recovery.

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